NFT firmato Urbansolid

URBANCOIN e URBANGOLD

Il nostro lavoro sul tema delle criptovalute è cominciato qualche anno fa, quando i rumors su questa nuova forma di ricchezza hanno iniziato a riecheggiare sui media.

Il concetto che ognuno di noi possa, almeno teoricamente, creare la propria moneta ci ha incuriositi e portato a riflettere sul valore delle cose, sul vero significato di ricchezza e sui nuovi modi di relazionarsi ad essa.

Con l’opera “One and Three Chairs”, Joseph Kosuth nel 1965 si interrogava sul concetto di “sedia” proponendo l’oggetto fisico, la sua rappresentazione in immagine e la didascalia riportante la definizione del termine. Quello che noi ora abbiamo a disposizione è un’ulteriore dimensione del significato. Dobbiamo prendere atto del nuovo punto di osservazione che il virtuale sta portando nelle nostre vite e dei nuovi significati che questo fenomeno è in grado di liberare. Attraverso l’indagine, il concetto di ricchezza deve essere ancora una volta ridefinito.

Con l’Urbancoin, abbiamo dato la nostra interpretazione di questo fenomeno. In modo ironico, il nostro intento è quello di donare una vita fisica ai bitcoin esplicitandone il valore attraverso una rappresentazione scultorea ingigantita rispetto alle normali misure delle monete. In maniera speculare, la nostra moneta trova il proprio senso solo se letta in considerazione dell’esistenza delle criptovalute.

Dopo una prima interiorizzazione, abbiamo iniziato a produrre la nostra moneta “Urbancoin”, con lo scopo di installarla sui muri delle città per arricchirle “virtualmente”. La suggestione che abbiamo voluto proporre si può accostare all’immaginario del videogioco di Super Mario Bros, in cui le monete sono dislocate nel mondo virtuale. Come una sorta di bonus per gli abitanti delle metropoli che ogni giorno vivono lo spazio urbano. Un bonus di monete che non hanno nessun valore se non quello artistico ma che, allo stesso tempo, sono reali, tangibili e fisiche. Un paradosso nel paradosso: l’Urbancoin, pur essendo reale, non ha alcun valore se non quello artistico e simbolico, a differenza delle monete virtuali che rappresentano dei contenitori di ricchezza pur non avendo una dimensione fisica se non un impulso, il byte.

La nostra interpretazione si pone lo scopo di esorcizzare l’ossessione che la società moderna dimostra di avere per il denaro, proprio rendendolo disponibile per tutti.

Questo concetto si è andato ad arricchire e a rafforzare di significato con la realizzazione degli Urbangold, riproduzioni di lingotti d’oro che, in qualche modo, aumentano ulteriormente il valore messo in gioco.

Dalle installazioni in strada siamo poi passati alla realizzazione di una moneta reale, utilizzando un metallo nobile, il bronzo. L’opera in bronzo, dopo essere stata prodotta, verrà digitalizzata e poi distrutta, in modo da rendere l’immagine virtuale dell’opera il vero oggetto artistico.

Per tutelare l’opera digitale, distruggiamo l’opera fisica. L’utilizzo del bronzo accentua il valore dell’opera rendendo ancora più assurdo quello che stiamo facendo: la nostra è una trattativa dell’assurdo. L’opera viene martirizzata, sacrificata, immolata, per consentire alla sua copia digitale di vivere e di assumere a pieno titolo la dimensione di originalità, di unicità.

La distruzione dell’opera, che potrebbe sembrare un atto quasi incoerente, in antitesi rispetto allo stesso processo creativo, di fatto, oltre ad essere spesso presente nella storia dell’arte, è un concetto molto attuale nella Street Art. Le nostre sculture, installate per le vie delle città europee, vengono spesso distrutte nel tentativo di essere portate via. Le nostre opere, dopo aver contaminato la città, vengono a loro volta contaminate da altri artisti. Esse si caricano di nuovo senso poiché interagiscono con l’ambiente ospitante, e vengono modificate da interventi successivi per mano di altri attori. In questo, l’operazione di distruzione dell’opera è a noi familiare e ci consente, con la fusione dell’opera in bronzo, la nascita di una nuova opera. Lo stesso materiale che costituiva l’Urbangold o l’Urbancoin, viene sì martirizzato per tutelare l’opera digitale, ma anche sacrificato per dar vita a nuova arte.

L’idea alla base di tale processo è che, dopo aver dato una dimensione fisica al concetto di ricchezza virtuale creando l’opera, l’abbiamo poi distrutta vendendo la testimonianza dell’opera, e cioè la sua copia digitale, in Ethereum. L’opera fisica, dopo un lungo processo, ha assunto concretamente un valore in criptovalute.

L’arte si muove da sempre attorno alla rappresentazione di qualcosa che non è sempre tangibile, ci suggerisce riflessioni sul senso delle cose e su come noi interagiamo con esse. Siamo curiosi di capire come l’arte si approccerà a questa nuova “pratica” e all’evoluzione di questo nuovo percorso semantico.

Ci si può chiedere se questa operazione sia arte. Joseph Kosuth rispose a questa domanda: “fare arte significa creare significato”.

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